Fa' che il cibo sia la tua medicina e che la medicina sia il tuo cibo. E soprattutto medico: se magni, fumi e bevi come un cesso rotto e sei il ritratto dell'insalubrità e dell'infelicità, non mi venire a parlare di salute!!!
Ippocrate (la prima parte;))

martedì 22 novembre 2011

Corto circuito


Notte a tutti, belli e brutti e anche a chi mi fa incazzare...in notturna sono piu' prolifica dal punto di vista della produzione sclerosettiana, vale a dire che, quando non riesco a dormire, scrivo di getto come un fiume in piena. Mi piace rifugiarmi in quest'angolo solo mio, dove, scusate il francese, posso scrivere quel cazzo che mi pare. E allora, dai, vi racconto per bene il mio corto circuito. Ultimamente, avete visto che ho aggiunto una frase all'introduzione del blog: sclerosetta per corto circuito scleroblogger per scelta. Che vuol dire per corto circuito? Bisogna fare qualche passo indietro alla diagnosi, forse anche qualcuno in piu' di qualche e vedere che persona ero prima di questa maledetta/benedetta diagnosi. Non so bene neanch'io da dove cominciare...ero un tipo che correva sempre, che faceva tutto in fretta, per sbrigarmi...per andare dove o fare cosa non lo so. Mangiavo in fretta, bevevo in fretta, fumavo in fretta e cosi' via, senza gustarmi niente. Facevo anche tre cose insieme, come parlare al telefono con un'amica, mandare avanti la lavatrice, fumare una sigaretta o spizzicare. Niente aveva gusto e tutto sembrava uguale. A quindici anni ho avuto la malaugurata idea di chiedere ai miei se potevo lavorare nel loro negozio per guadagnarmi la paghetta, che pensavo di non meritare "gratis" nonostante la mia tenera' eta', e i miei, piu' scellerati di me, che non mi avrebbero mandato in discoteca alla stessa eta', accettarono la mia proposta. Sicche' dai miei 15 anni in poi, durante tutte le mie vacanze (pasquali, natalizie, estive), lavoravo tutte le mattine fino all'una. E non ho piu' smesso. Finito il liceo, ho frequentato la Scuola per Interpreti e Traduttori, poi l'universita' e lavoravo part-time, quando non frequentavo le lezioni. Alla scuola interpreti, che era vicino al negozio, andavo ogni mattina, poi tornavo in negozio a lavorare, poi di nuovo a scuola o viceversa. Del resto scuola e negozio erano cosi' vicine, che potevo fare l'una e l'altro! All'universita', mi recavo soltanto a fare gli esami, quindi potevo lavorare tutti i giorni, domeniche e feste comprese. A vent'anni ho deciso di andare in Germania per studiare il tedesco, frequentavo i corsi all'universita', mi piaceva tanto e cosi' ho fatto per molti anni. Per almeno un mese l'anno riuscivo a scappare lontano dalla mia vita e da quel lavoro che non mi piaceva! Lo studio sembrava una scusa plausibile, perche' a casa mia o lavori o studi, e se lavori e' meglio, l'ozio non e' una possibilta' contemplata. Finita l'universita', mentre cercavo un'occupazione che mi gratificasse e facevo concorsi per avere una vita migliore rispetto a quella che avevo avuto fino a quel momento, lavoravo nel negozio dei miei per otto ore al giorno, di sabato, le domeniche e i festivi compresi, ormai per mantenermi, perche' vivevo da sola. Mio padre non e' venuto neanche alla mia laurea e neanche mio fratello, perche' dovevano lavorare, talmente a casa mia, non gliene fregava un cazzo a nessuno dei miei studi e dei miei desideri. Il lavoro al primo posto. Ma io continuavo a lavorare per mantenermi e studiare per concorsi vari... quel lavoro, non l'avevo scelto, l'avevo subito da quando ero bambina. Da quando avevo 15 anni e, forse anche prima vista la mentalita' che c'era in casa mia, credevo di dovermi guadagnare i soldi che chiedevo ai miei. Anzi, non li chiedevo, lavoravo per averli. Tra i vari concorsi che ho fatto, mi sono impegnata soprattutto per diventare guida turistica della mia citta', declassandomi, dal momento che vi poteva accedere chiunque avesse un diploma (mentre io avevo una laurea e un diploma di traduttrice). Ma io, di legno, volevo far di tutto pur di non restare in negozio. E allora, tutti i giorni verso le otto prendevo la bici, andavo al centro, studiavo con un gruppo di amici, girando per la citta', visitando chiese, musei e quant'altro, poi riprendevo la bici, tornavo per l'una e lavoravo fino alle otto di sera. Tutti i giorni, senza pausa: domenica comunque lavoravo (una si una no), mentre il mercoledi' (il giorno di chiusura) andavo con il gruppo di studio a villa Adriana, Subiaco, Velletri...a visitare chiese, musei e quant'altro. Questa vita per un anno circa o anche piu'. Poi, la casa, le cene, gli amici, il fidanzato e cosi' avanti e cosi' via....ero piena d'impegni da quando avevo quindici anni e non mi sono mai fermata. Avevo paura di stare sola, ma non lo capivo. A novembre 2007, a ventotto anni, sono scoppiata: corto circuito. Il mio corpo, con piu' sale in zucca di me, ha detto basta.


Avevo la sclerosi attiva con parestesie alle mani (formicolio persistente), ero sfinita fisicamente e mentalmente. Ho effettuato la prova scritta del concorso con la SM attiva, inconsapevole ma distrutta, incapace di concentrarmi e di tenere correttamente la penna in mano. L'ho passato quell'esame, non l'ha passato il neurologo che mi visito' all'epoca: non riscontrando anomalie nell'esame elettromiografico, penso' bene che il mio fosse un semplice stress e mi prescrisse degli psicofarmaci. Anzi no, non lo fece, perche' gli dissi di lasciar stare, lo stress sarebbe passato con una camomilla. Boom. Corto circuito, ero diventata una sclerosetta, ma ancora non lo sapevo.  Ero esplosa e non potevo farci niente. Ero una che si teneva tutto dentro. Se qualcuno mi faceva un torto o semplicemente qualcosa che non mi andava giu', non riuscivo a reagire, soccombevo, ingoiavo, portavo il peso sulle spalle. Perche'? Non lo so, ma finalmente, ad un certo punto, sono andata in tilt. Qualcosa nel profondo di me stessa si e' ribellato al posto mio. Ho cominciato ad essere depressa, stanca, non avevo piu' voglia di andare in negozio a svolgere quel maledetto lavoro. Ho cominciato a sentirmi male per non andare, non riuscivo a chiedere aiuto. Mi vergognavo a dire ai miei: non mi va di venire, non ne posso piu' del VOSTRO lavoro e allora mi sono sentita male. Non pensavo pero' che al culmine di questo malessere durato mesi, mi sarebbe piombata sulla testa una vera diagnosi: sclerosi multipla. Ero malata davvero! Credevo soltanto di avere un malessere dell'anima e invece c'era pure la SM! Fui catapultata in quello che sembrava il mio incubo peggiore: "Noi pensiamo che sia sclerosi multipla". E io che credevo di essermi immaginata il malessere per non andare a lavoro, ce l'avevo davvero ed era anche una cosa seria. Il corto circuito avvenuto nove mesi prima stava dando i suoi frutti. Quella che sembro' l'apice della tragedia, la diagnosi, in quel 5 agosto 2008 caldo e triste, fu la fortuna della mia vita. Qui si apre un altro capitolo della storia, che tante volte ho nominato e ho spiegato. Un capitolo in cui ho sofferto tanto, ma in cui mi sono trovata, ho scoperto me stessa, chi sono, che cosa voglio, che cosa non voglio. A me, la diagnosi m'ha shakerato il cervello e mi ha fatto diventare sana. Perche' da quando sono malata, vivo come se fossi sana. E questa parte della storia, ve la racconto la prossima volta. Buona notte.






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